DYNAMIS n. 3 - NEL PAESE DELLA MERAVIGLIA

15-07-2022

Deadline: 16 ottobre 2022

 

La perdita della capacità di meravigliarsi è spesso lamentata come una delle cause fondamentali della mancanza di motivazione da parte delle studentesse e degli studenti, e, più in generale, fuori dalle aule scolastiche, delle ragazze e dei ragazzi. Questi non si meraviglierebbero più di niente, e dunque non solo non sarebbero spinti a imparare, ma neanche a impegnarsi in altre attività, con una conseguente caduta in uno stato di accidia e depressione. L’anestetizzazione della facoltà di meravigliarsi è a volte imputata a una costante iperstimolazione da parte del mondo dei social e della comunicazione 3.0, e quindi a un crescente bisogno (indotto) di stimoli sempre nuovi, da una parte sempre più rumorosi, colorati e invadenti, e dall’altra sempre meno esigenti in termini di impegno personale, non solo mentale ma anche temporale. L’esito finale di questa rincorsa allo stimolo sarebbe una sorta di overdose sensoriale che culminerebbe in uno stato di apatia, poiché niente risulterebbe più veramente appetibile.

Cosa può fare la scuola, e in generale il mondo dell’educazione, in tutto ciò? Come risvegliare il senso della meraviglia sopito, e la conseguente motivazione ad “avere a che fare” con il mondo? È auspicabile, o anche solo possibile, voler rincorrere e concorrere con i modelli iperstimolanti del contesto sociale entro cui vivono le giovani generazioni? È auspicabile, o anche solo possibile, fare entrare questi mondi “all’interno” delle istituzioni e delle agenzie educative?

In questo numero di DYNAMIS ci poniamo questi interrogativi, aiutati dalla riflessione di due studiosi contemporanei sul tema della meraviglia. I due articoli di Mario di Paolantonio e Anders Schinkel, in dialogo con prospettive di autori più classici come Dewey, Buber e Arendt, si concentrano sulla meraviglia nell’infanzia e nell’adolescenza. Entrambi propongono, anzitutto, una distinzione tra, da una parte, la meraviglia, rivolta verso ciò che è diverso da noi e che non rientra nei nostri schemi precostituiti, e, dall’altra parte, la curiosità come stimolo ad un tipo di conoscenza manipolativa che tende invece a “assorbire” la diversità in vista di un’omologazione del nuovo in ciò che già è risaputo. Anche rispetto ad una meraviglia puramente “contemplativa”, tuttavia, i due autori hanno alcune riserve, consci del rischio di sovrastimare un atteggiamento che spinge a “ritirarsi” dal mondo piuttosto che a impegnarsi in esso. La meraviglia veramente formativa, in questo senso, si collocherebbe tra uno sguardo tecnico-manipolativo verso le cose (e le persone) che ci circondano, e un disinteresse della particolarità in nome di un ideale astratto. Di quale tipo di meraviglia ha bisogno la scuola? E quale tipo di “sguardo verso lo studente” viene proposto, anche inconsciamente, dal sistema scolastico attuale? Sottolineiamo in merito che i due articoli proposti fanno riferimento a sistemi scolastici non italiani, tuttavia crediamo mettano in evidenza delle tendenze che anche in Italia stanno prendendo sempre più piede, quali l’abuso di mentalità burocratiche e amministrative, la focalizzazione sulle skills da apprendere piuttosto che sul chi le apprende, il proliferare di etichette in cui inquadrare studentesse e studenti, con il rischio di far scomparire la loro unicità sotto una sigla omologante.

Proponiamo agli autori di confrontarsi con questi temi, e con altri che i due articoli sollevano, con uno sguardo rivolto a come poter incorporare la meraviglia, variamente concepita, nel mondo della scuola e dell’educazione. Suggeriamo alcune piste di ricerca e approfondimento:

  • È possibile rinvenire un legame tra la meraviglia che “ci distacca dal mondo reale” e il fascino sempre più forte esercitato dai mondi virtuali? Come se il mondo reale non potesse “competere” con un mondo ideale prospettato come meno rischioso, meno impegnativo, più divertente e più “meraviglioso”?
  • Nella fenomenologia del meraviglioso tracciata dai due autori, un punto centrale è quello della temporalità. Lo sguardo meravigliato è capace di farci accedere ad una temporalità “distesa”, in cui la novità può manifestarsi nella sua pienezza ed essere accolta con disponibilità e apertura, laddove invece la curiosità iperstimolata porta a non soffermarsi veramente su niente e a lasciar correre tutte le cose, non permettendo loro di manifestare il loro valore né di rappresentare, così, un’occasione di crescita per la persona. La dimensione della temporalità, così descritta, rappresenta soltanto uno dei modi in cui può essere indagata l’esperienza della meraviglia. Come potrebbe essere ulteriormente arricchita la fenomenologia del meraviglioso?
  • La meraviglia tende a spegnersi con il progressivo raggiungimento dell’età adulta, quando sempre meno le cose ci sembrano “nuove”, mentre è più forte nell’età infantile. La scuola, in questo senso, sembra svolgere la funzione di rendere il mondo sempre più “familiare” alle ragazze e ai ragazzi, e quindi sempre meno “meraviglioso”. Quasi come se l’educazione fosse sempre in controtendenza rispetto al mantenimento della meraviglia. È possibile allora, e come, educare alla meraviglia, cioè ad uno sguardo sempre più profondo sulla novità del mondo?
  • L’educazione socratica come “maieutica” si fondava anzitutto sul tirar “fuori da sé” la propria ignoranza, il proprio “sapere di non sapere” come spinta alla conoscenza. Il metodo socratico per promuovere questa presa di coscienza passava soprattutto attraverso il dialogo: confrontandomi con chi è diverso da me riesco a mettere in discussione le mie conoscenze previe, scoprendole come pregiudizi. Quali modalità concrete possiamo mettere in campo, nelle nostre aule, per favorire una dinamica educativa di questo tipo, di “meraviglia reciproca” e comunitaria?
  • Il sistema scolastico italiano tende sempre più ad assegnare valutazioni, etichette, certificazioni ad ogni singola studentessa e ad ogni singolo studente, facendola “aderire” a qualche parametro già dato. Se da un lato questo può favorire un’attenzione mirata e specialistica verso le eventuali problematiche che ogni ragazza e ragazzo presenta, dall’altro rischia di produrre uno sguardo eccessivamente tecnico verso il momento educativo, facendone perdere il valore autenticamente relazionale. L’insegnante, così, rischia di dimenticare che prima di tutto egli stesso è un modello e un riferimento personale per i suoi ragazzi, e che ognuno di loro è portatore di una storia unica e di un’originalità irripetibile, che andrebbe fatta scoprire e fiorire. Come mantenere la preziosità di questa “meraviglia reciproca” del rapporto personale tra insegnante e allieva/o?
  • La meraviglia, per Aristotele, è l’inizio della filosofia. Questo potrebbe essere vero per ogni materia scolastica, nonché per il loro insegnamento. Ognuno di noi, da studente, ha amato alcune materie soprattutto perché l’insegnante sapeva trasmetterne la bellezza, sapeva far meravigliare gli studenti di fronte alla scoperta del nuovo. Ciò può avvenire soltanto se l’insegnante stesso non ha smarrito quella meraviglia che lo ha fatto innamorare della propria materia, ed è capace ogni volta di riguardarla con occhi nuovi e pieni di stupore. Come mantenere questo sguardo meravigliato verso la propria materia, che rende un insegnante capace, nella sua opera di mediazione, di trasmetterne non solo la conoscenza ma anche l’amore?