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DYNAMIS n. 3 - NEL PAESE DELLA MERAVIGLIA

15-07-2022

Deadline: 30 novembre 2022

La perdita della capacità di meravigliarsi è spesso lamentata come una delle cause fondamentali della mancanza di motivazione da parte delle studentesse e degli studenti, e, più in generale, fuori dalle aule scolastiche, delle ragazze e dei ragazzi. Questi non si meraviglierebbero più di niente, e dunque non solo non sarebbero spinti a imparare, ma neanche a impegnarsi in altre attività, con una conseguente caduta in uno stato di accidia e depressione. L’anestetizzazione della facoltà di meravigliarsi è a volte imputata a una costante iperstimolazione da parte del mondo dei social e della comunicazione 3.0, e quindi a un crescente bisogno (indotto) di stimoli sempre nuovi, da una parte sempre più rumorosi, colorati e invadenti, e dall’altra sempre meno esigenti in termini di impegno personale, non solo mentale ma anche temporale. L’esito finale di questa rincorsa allo stimolo sarebbe una sorta di overdose sensoriale che culminerebbe in uno stato di apatia, poiché niente risulterebbe più veramente appetibile.

Cosa può fare la scuola, e in generale il mondo dell’educazione, in tutto ciò? Come risvegliare il senso della meraviglia sopito, e la conseguente motivazione ad “avere a che fare” con il mondo? È auspicabile, o anche solo possibile, voler rincorrere e concorrere con i modelli iperstimolanti del contesto sociale entro cui vivono le giovani generazioni? È auspicabile, o anche solo possibile, fare entrare questi mondi “all’interno” delle istituzioni e delle agenzie educative?

In questo numero di DYNAMIS ci poniamo questi interrogativi, aiutati dalla riflessione di due studiosi contemporanei sul tema della meraviglia. I due articoli di Mario di Paolantonio e Anders Schinkel, in dialogo con prospettive di autori più classici come Dewey, Buber e Arendt, si concentrano sulla meraviglia nell’infanzia e nell’adolescenza.

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V. 2 N. 2 (1): EDUCARE LE EMOZIONI. Il ruolo dell'affettività nelle pratiche educative
copertina volume 2

A dispetto di un secolare sospetto, quando non disprezzo, con cui la dimensione emotiva è stata guardata e giudicata nella nostra cultura occidentale, assistiamo oggi ad una rivincita delle emozioni. La vita emotiva rappresenta una parte fondamentale dell’essere umano, una parte molto delicata perché espone la persona alle influenze del mondo esterno: una parte, dunque, che chiede di essere educata, non rigettata né tralasciata come secondaria. Si corre tuttavia il rischio di passare da una visione delle emozioni secondo cui esse andrebbero sempre e comunque “tenute sotto controllo”,quando non silenziate, alla visione opposta secondo cui le emozioni sarebbero la nostra “vera voce”, la voce della nostra spontaneità che dovremmo seguire più di ogni altra. In realtà, entrambe queste posizioni, apparentemente inconciliabili, hanno spesso una radice comune: si fondano infatti sull’idea che le emozioni siano qualcosa di “irrazionale”, di opposto al “pensiero”.

La via che proponiamo in questo numero parte invece dal considerare le emozioni come dotate di un valore cognitivo: esse, cioè, riflettono un giudizio, non sempre del tutto cosciente, sul valore che certe persone, certi oggetti, certe situazioni hanno per la nostra vita. Su questa base, è possibile sviluppare una riflessione sull’educazione all’affettività che consideri le emozioni come qualcosa da conoscere per conoscere meglio sé stessi e le proprie relazioni col mondo, come qualcosa da considerare nel compiere le proprie scelte – accanto ad altre considerazioni di ordine razionale, sociale e morale –, e come veicolo per un dialogo interpersonale basato sulla reciproca comprensione. Questa educazione all’affettività è – o dovrebbe essere – uno degli elementi principali attraverso cui si realizza la riflessione pedagogica e si concretizza l’azione educativa. All’interno del sistema scuola ciò vale non solo per gli studenti – la cui educazione all’affettività deve accompagnare l’apprendimento e la costruzione di una propria identità – ma anche per gli insegnanti, chiamati a riflettere sulle proprie gerarchie di emozioni per meglio valorizzare il loro lavoro formativo, e per meglio valutare quella tonalità emotiva nel contesto della quale si radica il rapporto insegnante- studente e la buona riuscita del percorso di formazione.

Pubblicato: 12-10-2022

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ISSN 2785-4523 (online)